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Cosa prevede l’emendamento sul “meat sounding”
Cosa dicono i contrari
Difficoltà per le aziende vegetali (plant-based)
Le tendenze di consumo di carne in Europa
È un attacco alla dieta vegetale?
Domande frequenti
Oltre i nomi
Nel 2025 il Parlamento europeo ha votato un emendamento che sembra uscito da una discussione al tavolo della domenica: le parole “steak” (bistecca), “burger”, “hamburger”, “escalope” (scaloppina) e “sausage” (salsiccia) andranno riservate esclusivamente ai prodotti di carne (theguardian.com).
In altre parole, se il prodotto è a base vegetale non potrà più utilizzare quei nomi familiari. L’emendamento, approvato con 355 voti a favore e 247 contrari, fa parte della riforma della Politica Agricola Comune che mira a tutelare gli allevatori e, dicono i sostenitori, a evitare confusione per i consumatori. Ma cosa cambia davvero per chi ama una cucina consapevole e orientata al vegetale? E come possono orientarsi aziende e clienti in un mercato che evolve più velocemente delle regole?
In questa guida facciamo chiarezza: raccontiamo cosa prevede l’emendamento, quali sono le difficoltà per le aziende di prodotti vegetali, come stanno cambiando i consumi di carne, e rispondiamo alle domande che i nostri lettori di Cucina del Benessere si pongono quando scelgono di seguire una dieta prevalentemente vegetale.
Cosa prevede l’emendamento sul “meat sounding”
Il testo votato dal Parlamento europeo definisce la carne come “parti commestibili di animali” e prevede che alcune denominazioni – come steak (bistecca), escalope (scaloppina), burger, hamburger, sausage (salsiccia) e perfino “albume” o “tuorlo” – possano essere usate solo per prodotti derivati da animali. Chi produce burger di soia o di fagioli dovrà quindi trovare nuovi nomi.
La proposta è stata promossa dalla deputata francese Céline Imart, che sostiene che le bistecche e le salsicce derivino dagli allevamenti e che “questi termini devono essere riservati ai prodotti di allevamento”. Secondo i sostenitori, l’obiettivo è “dare trasparenza al consumatore e riconoscimento agli agricoltori”. Tuttavia la misura non è ancora legge: dovrà essere negoziata con il Consiglio e la Commissione e ricevere l’ok degli Stati membri.
Cosa dicono i contrari
Le critiche arrivano da più fronti. Eurodeputati verdi e associazioni vegan sostengono che la norma non risolve alcuna confusione e anzi distrarrebbe l’attenzione dai veri problemi degli allevatori. Secondo ProVeg International e la Good Food Institute Europe, i consumatori capiscono benissimo cosa stanno comprando se sull’etichetta compare “vegan” o “vegetariano”.
Un sondaggio del 2020 ha mostrato che quasi il 70 % dei cittadini europei sa distinguere prodotti vegetali con nomi simili alla carne quando è presente l’indicazione vegana.
Jasmijn de Boo di ProVeg ricorda che “l’Europa è il più grande mercato al mondo per prodotti vegetali simil-carne” e che i produttori europei non sono confusi.
Un esperimento citato dalla ONG Faunalytics conferma che l’uso di nomi di carne su prodotti vegetali aiuta i consumatori a immaginarne il gusto e l’uso: i partecipanti (soprattutto onnivori) hanno identificato correttamente i prodotti come vegetali e hanno trovato i nomi di carne utili per capire come cucinarli (faunalytics.org). Quando il prodotto era etichettato con nomi “neutri” o fantasiosi, la confusione aumentava.
Difficoltà per le aziende vegetali (plant-based)
Se il divieto dovesse entrare in vigore, le aziende che producono alternative vegetali potrebbero affrontare costi di rebranding e di marketing significativi. La Good Food Institute Europe ha stimato che oltre 29 termini (tra cui beef, chicken, bacon, wing) verrebbero vietati.
Aziende come Lidl e Aldi hanno firmato un’apposita lettera aperta affermando che la misura “indebolirebbe la diversità dell’offerta alimentare e i diritti dei consumatori”, oltre a penalizzare l’innovazione tedesca ed europea.
Oltre al cambio delle etichette, c’è il rischio che il mercato europeo diventi meno attraente per startup straniere.
Per i produttori di “carne coltivata”, ancora in fase di sviluppo, i divieti potrebbero rappresentare un ulteriore ostacolo a entrare sul mercato. Molti investitori ritengono ingiusto equiparare carne coltivata e prodotti vegetali in un divieto generalizzato, visto che la carne coltivata deriva da cellule animali, ma il dibattito è aperto.
Le tendenze di consumo di carne in Europa
Mentre si discute dei nomi, il consumo di carne in Europa è già in calo. Un report del 2023 riassunto da Gambero Rosso mostra che il 51 % degli europei ha ridotto la carne convenzionale; le motivazioni principali sono la salute (circa 50 %), il benessere animale (29 %) e l’ambiente (26 %) (gamberorosso.it)).
Le tendenze variano da paese a paese:
- Italia: il 57 % degli italiani ha diminuito il consumo di carne, spesso sostituendola con legumi, uova, pesce, formaggi e frutta secca.
- Francia: dal 2003 al 2023 la carne pro capite è scesa del 5,8 %, con il consumo di manzo in calo del 19 %.
- Germania: nel 2023 il consumo è stato di 51,6 kg a persona, il minimo dal 1991; il 10 % della popolazione è vegetariano e il 55 % si definisce “flexitariano”.
- Regno Unito: tra il 2012 e il 2022 la carne è calata del 14 %, con un calo del 26 % per suino, bovino e ovino e dell’11 % per il pollame; nello stesso periodo il mercato a base vegetale cresce del 9,58 % l’anno.
Queste tendenze suggeriscono che la riduzione della carne è dovuta più a fattori etici, salutistici e ambientali che alla nomenclatura dei prodotti. I consumatori stanno già esplorando opzioni vegetali e aspettano prodotti sempre più accessibili.
È un attacco alla dieta vegetale?
C’è chi vede l’emendamento come un tentativo di frenare l’adozione della dieta vegetale: lo definiscono “populismo dell’hotdog” (theguardian.com) o “panico protezionistico” dei lobby della carne (veganfoodandliving.com).
In realtà, il settore delle alternative vegetali continua a crescere nonostante l’instabilità normativa: nel 2024 il mercato globale di carne e latticini plant-based ha raggiunto 28,6 miliardi di dollari, con un aumento del 5 % rispetto al 2023.
L’Europa, con 9,7 miliardi, è il mercato leader. La crescita è trainata da consumatori sempre più consapevoli, anche se i prezzi ancora alti e la mancanza di normative chiare rallentano l’adozione.
Domande frequenti
Perché c’è tanta preoccupazione per i nomi?
Per molti consumatori, parole come “burger” o “salsiccia” non indicano la presenza di carne: suggeriscono la forma, il gusto e il modo di cucinare. Vietarle potrebbe confondere chi cerca alternative vegetali.
Secondo uno studio, i nomi di carne aiutano gli onnivori a immaginare il sapore dei prodotti vegetali e ne aumentano l’attrattiva. Viceversa, nomi fantasiosi o generici generano più incertezza.
Come faccio a sapere com’è un “burger” vegetale se non posso usare la parola “burger”?
Se l’emendamento dovesse essere approvato, le aziende dovranno creare nuovi nomi (ad esempio “dischetto vegetale proteico”). Come consumatore puoi:
- Leggere gli ingredienti: controlla quali proteine sono usate (soia, ceci, piselli) e quali aromi naturali o spezie sono presenti.
- Usare l’immaginazione: se un prodotto promette una consistenza succosa e un sapore affumicato, immagina un hamburger vegetale; se parla di croccantezza e legumi, pensa a una falafel.
- Affidarti alle descrizioni: molte aziende indicheranno il modo di cottura (“da grigliare”, “da saltare in padella”) e il gusto (“affumicato”, “paprika e pepe”).
- Sperimentare: non tutti i prodotti imitano la carne. Se non ti piace il gusto della carne ma vuoi aumentare le proteine vegetali, puoi provare burger a base di cereali, legumi o verdure che non imitano la carne ma sono gustosi e nutrienti.
I burger vegetali sono più salutari?
Dipende. Alcuni sono ultra-processati e ricchi di oli o additivi, mentre altri hanno pochi ingredienti naturali. Leggi le etichette e scegli prodotti con ingredienti riconoscibili (legumi, cereali, spezie).
Ricorda che i burger vegetali non sono l’unica opzione: tofu, tempeh, seitan e legumi interi sono ottime fonti di proteine vegetali.
È vero che chi non mangia carne cerca sapori simili alla carne?
Non sempre. Molti scelgono la dieta vegana per motivi etici e cercano gusti familiari perché il ricordo della carne è legato a rituali sociali (grigliate, panini, cene in famiglia).
Altri preferiscono gusti completamente diversi e usano legumi e verdure in modo creativo. L’ampia offerta di prodotti vegetali soddisfa entrambe le esigenze: ci sono burger “realistici” e burger più delicati, insalate di quinoa e “nuggets” di tofu.
Non è la nostalgia della carne a spingere verso alternative vegetali, ma il desiderio di mangiare in modo etico senza rinunciare alla convivialità e al gusto.
Che cosa succederà in pratica se l’emendamento diventa legge?
Se approvata, nel 2028 la norma obbligherà le aziende a cambiare le etichette e a educare i consumatori a nomi nuovi.
Ciò potrebbe rallentare la comunicazione e creare confusione nel breve periodo, ma stimolerà creatività e innovazione nella creazione dei nomi dei prodotti vegetali.
Non impedirà la vendita di alternative vegetali né la loro crescita sul mercato. Continueremo a mangiare burger di ceci o di soia, ma li chiameremo in altro modo.
Oltre i nomi
Il dibattito sul “meat sounding” rivela molto più che una disputa linguistica: parla di transizione alimentare, di equilibrio tra tradizione e innovazione, di tutela dell’ambiente e degli animali.
La riduzione del consumo di carne è una tendenza già in atto per motivi di salute e sostenibilità, non per il nome sulla confezione.
Le alternative vegetali continueranno a crescere anche se dovranno reinventare il loro marketing.
Come consumatori consapevoli possiamo fare la differenza: leggere le etichette, scegliere prodotti di qualità, sostenere le aziende che si impegnano per trasparenza e sostenibilità e, soprattutto, ascoltare il nostro corpo e scegliere con consapevolezza. Ne parlo nell’articolo Consapevolezza e Cibo: Mangiare Bene è un Atto di Cura↗︎.
Che tu abbia una dieta vegana, vegetariana, flexitariana o semplice onnivora curiosa, l’importante è mantenere un approccio gioioso e consapevole al cibo.
Perché alla fine, chiamarlo “burger” o “dischetto proteico” conta meno di cosa contiene, come lo cucini e con chi lo condividi.
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